sabato 27 dicembre 2014

Summertime.

E stavano lì, a guardarti, sulla soglia dell'incoscienza, incisione sulla pelle di un protagonismo celato, sembravano imbottiti come panini. Pieni di aria fritta e di qualche bicchiere di troppo.
Le guance rosse come mele,  a disegnare la vergogna. Un boccone andato di traverso.
L'ennesimo.
Tu lo sapevi anche questa volta, un'altra perdita. Un'altra sconfitta. Gli occhi a cercare altri occhi, che, immancabilmente, si abbassavano come saracinesche dei negozi, all'ora di chiusura. Normale amministrazione. 
Scena di sempre con un buon remake.
Le opzioni erano due: andarsene o restare.
L'istinto chiamava la prima. Senza dubbio.
L'incoerenza, no.
Non eri fatta per pensare troppo.
Eri per le decisioni al volo, per le cose pratiche. Poca poesia, molto realismo.
Troppa memoria. Ti ha sempre fottuto, la memoria.
Quel maledetto richiamo del tempo,  dei luoghi,  delle persone. Dei fatti.
La memoria, non c'è niente da fare, porta sempre a destinazione. Della verità.
Erano le ore 14 e 11 minuti di un freddo pomeriggio d'inverno.
Il gelo ti bruciava le mani.
La voce interrotta da un pensiero...
Non avevi puntini di sospensione a sufficienza.
A vestire quello strano pomeriggio, ti venne incontro anche la malinconia, quella stronzetta con la faccia da schiaffi, che insorgeva sempre nei momenti peggiori.
Un bel giro stretto di sciarpa e l'avresti strozzata volentieri. Con i guanti di lana, poi, avresti occultato il cadavere. E chi si è visto, si è visto. E, invece no. Te la tenevi stretta addosso, la tua inquietudine, come la copertina di Linus.
Brava te, scema e impavida.
Erano le 14 e 28 minuti primi, ferma da 17 minuti in una stazione quasi deserta, fra i fiocchi di neve e le luci di un natale smarrito e, non si vedeva ancora nessuno.
Hai sempre odiato aspettare. 
Il senso dell'attesa ti ha sempre dato l'idea di una inutile perdita di tempo.
Come andare dal parrucchiere, dal medico o dal commercialista... sei lì che pensi sempre a quante altre cose avresti potuto fare. Nel mentre.
Paranoica e alienata quanto basta.
Mutevole, fluttuante. Come il mare che ti porti dentro.
Fredda come il clima che ti attraversa. Glaciale.
Forte e florida come le tue colline.
Un connubio quasi fatale per non farsi amare abbastanza o per farsi amare troppo. 
Qui non arriva nessuno.
È quasi un'ora che aspetti.
L'ultima sigaretta. Qualcosa è andato storto.
Tanto per cambiare.
Inutile farsi domande.
Hai smesso di deluderti quando hai imparato a non illuderti più.
C'è un sole sbiadito, come la tua faccia, a fare capolino.
Il telefonino che squilla.
Janis Joplin ti urla nelle orecchie. E tu, che non senti più niente.
Summertime.
Rimane il rumore dei passi sulla neve, e tu, con la tua fierezza, che riporti a casa un sorriso di circostanza.

Petite

domenica 7 dicembre 2014

Mi perdo in un pezzo di cielo e mi ritrovo in un quadrato di asfalto.




Asettica.
Ho frasi fatte pronte da distribuire.
Un nuovo costume di scena.
Un altro sorriso di riserva sempre pronto all'uso.
Sono distratta. 
Fuori piove. Dentro un po'.
Tu che non mi vedi.
Io che non ti sento.
Ho perso il conto delle rinunce.
Mentre pago caro quello delle scelte.
Manca sempre un pezzo. Un vuoto da riempire.
Uno sfondo da colorare.
Che poi esco dai contorni, sempre.
È più forte di me.
Poi rientro e ci riprovo ma, ci ricasco di nuovo.
Butto giù un sorso, mentre sfoglio momenti.
Non c'è verso di ammazzare i pensieri.
Sono un serial killer fallito.
Sono loro che ammazzano me.
Immancabilmente.
Continua a piovere.
E, io continuo a fumare.
Credo ci sia un'associazione fra le due cose.
Non so ancora quale.
C'è un maglione di lana che mi copre le spalle.
Non è per il freddo che l'ho messo su.
Un silenzio, che fa eco, nell'anticamera della mia testa, mi fa compagnia.
Un applauso che non ho colto.
Un fischio e qualche fiasco da collezionare.
Punti di sutura aperti da rifare.
Sbaglio sempre i tempi. I luoghi. Le persone.
Ne prendo atto.
Sono un gran casino.
Mi perdo in un pezzo di cielo e mi ritrovo in un quadrato di asfalto.
Pecco per principio e non faccio mai penitenza.
Distratta. Non perdo un colpo.
Lasciatemi in pace. Voi che non mi capite.
Lasciatemi stare.
Io mi sto tanto bene così.
Con i miei dubbi e le mie certezze.
I miei affanni e le mie inquietudini.
I miei alti e bassi.
I miei reflussi d'insofferenza.
Con le mie eclissi umorali.
Le assenze ingiustificate.
Lasciatemi il vizio di sbagliare.
In un modo o nell'altro il mio prezzo lo pago.
Lasciatemi l'illusione del sogno che diventa realtà.
Io voglio credere ancora a Babbo Natale.
Io voglio ancora stupirmi.
IO.